Foti compie l’ennesima impresa stagionale: la Sampdoria cade 0-2 a Marassi contro il peggior attacco del campionato e la quartultima difesa. Un risultato che solo un tesserato senza adeguata preparazione poteva ottenere. Tocchiamo seggiolini, ringhiere e persone vicine a noi sperando che siano finte e di trovarci nel Truman Show: ma è tutto vero. È il magico mondo della Sampdoria.
La colpa è solo nostra
In quale mondo una persona che non dispone della qualifica necessaria a ricoprire una carica prestigiosissima lo fa comunque, attraverso il celebre italianissimo metodo del prestanome? Alla Sampdoria ovviamente. Dove tutto è possibile da 3 anni a questa parte: dove un Presidente ha solo raccontato bugie e promesso cose non mantenute, dove non sappiamo nemmeno se il principale investitore (de facto proprietario del club) ha un timbro di voce acuto, grave o normale e dove l’Amministratore Delegato dell’area sportiva sembra un personaggio generato dall’IA che ripete a pappagallo le stesse 4 frasi in croce da quest’estate senza aver portato alcun risultato misurabile. E sapete di chi è la colpa? Nostra.
La colpa è nostra perché abbiamo sperato, due anni fa, che Manfredi fosse un Presidente degno di chiamarsi tale; la colpa è nostra perché abbiamo sperato che avesse imparato dai suoi errori dopo il miracolo di Salerno, piovuto dal cielo; la colpa è nostra perché abbiamo pensato che Donati e Fredberg potessero portarci qualcosa in quello strano e robotico nuovo modus operandi portato da un investitore sconosciuto insieme al suo contabile; la colpa è nostra perché abbiamo sperato che Gregucci e Foti, che ci hanno illuso parlandoci di una Sampdorianità che fatichiamo a vedere, potessero darci qualcosa; la colpa è nostra che abbiamo sperato, di nuovo, che due prodezze a Modena e due partite ben giocate contro Palermo e Padova avessero curato tutti i mali; la colpa è nostra che abbiamo pensato che la Sampdoria, intesa come concetto ed insieme di valori, potesse portare anche un incompetente e un impreparato come Salvatore Foti a fare dei risultati definibili da Sampdoria. Così non è.
Il poco di buono fatto è stato cancellato in due partite
Nel magico mondo della Sampdoria, dove tutti sono colpevoli e l’abbiamo detto, esistono comunque delle persone che certamente ne vogliono il bene e che hanno fatto sì che la surreale gestione Donati venisse bruscamente interrotta e che si tornasse a operare con un barlume di ragione. Queste persone sono, probabilmente, Andrea Mancini e Giovanni Invernizzi: uno ha preso in mano le redini sportive della Sampdoria, cancellando il delirio causato da chissà quali accordi e sotterfugi del suo superiore (!) Jesper Fredberg; l’altro, insieme a lui e insieme a un altro che certamente ha a cuore la Sampdoria come Christian Puggioni – responsabile dell’Academy – ha permesso che quel poco di valore esistente in Sampdoria venisse valorizzato e conservato. E così, nel giro di un mese e mezzo circa, la squadra è stata rivoluzionata, sono stati presi 11 giocatori a gennaio (di cui 6 dalla Serie A) e sono stati rinnovati i contratti dei nostri 3 migliori giovani: Conti, Diop e Malanca. In tutto questo sono stati messi sul piatto – senza voler difendere una Società di figurine e bugiardi – circa 6 milioni di euro solo tra cartellini, obblighi di riscatto ed eventuali diritti.
Quando tutto questo avviene, si pensa che venga fatto pro bono. Per non perdere soldi, da parte di quel famoso investitore che sembra anch’egli un avatar asiatico (Fredberg è probabilmente la versione bella, bionda e con gli occhi azzurri), e per costruire valore, da parte dell’unico in grado di fare il proprio mestiere in Sampdoria: il direttore sportivo. Che ha come unica colpa quella di aver scelto, diversamente da quanto fatto lo scorso anno, Sampdoriani incompetenti. Il progetto Sampdorianità può andar bene in una situazione disperata come l’anno scorso (quando Evani e Lombardo dovettero mettere a posto la baracca in 6 partite), non quando mancano 29 giornate alla fine del campionato.
Più bassa è l’asticella, meno protestiamo: ma il gioco sta finendo
Già, perché mancavano 29 partite alla fine quando Foti e il suo prestanome Gregucci si sono insediati a Bogliasco. Facendo il conto: si sono seduti sulla panchina della Sampdoria alla nona giornata contro il Frosinone, ieri sera erano in panchina ed era la ventisettesima giornata. 18 partite: un’enormità, un girone intero. Un numero di gare che né Sottil, né Semplici, né Evani e Lombardo e né il povero Donati hanno avuto a disposizione, in contesti ben peggiori. Sì, perché a posteriori possiamo dire con estrema certezza che la Sampdoria della scorsa stagione, come rosa e interpreti fosse nettamente inferiore a quella che Foti e il suo prestanome hanno in mano da circa due mesi. Diamoglielo l’alibi dell’aver ereditato la squadra improbabile messa su da Fredberg per Donati. Diamoglielo, a loro piace averli. Ma in due mesi, con una squadra rivoluzionata e con a disposizione giocatori come Esposito, Brunori, Viti, Palma, Martinelli, Begic, Di Pardo, Cicconi e Pierini sono riusciti a vincerne 2 su 8. Un po’ pochino no? Per una squadra che deve salvarsi.
Il mondo Sampdoria, dove tutto può accadere e probabilmente dove il nome Sampdoria a tutto serve tranne che a costruire progetti sportivi, è un mondo dove almeno chi si definisce Sampdoriano dovrebbe adempiere al proprio dovere. Invece sono 4 mesi che ascoltiamo una persona che parla sempre delle stesse cose, utilizzando sempre le stesse locuzioni, senza dimostrare un briciolo di personalità. Dovizia di particolari, raschiare il barile, comparti, valutazioni, in maniera certosina: il vocabolario di Gregucci è ristretto e limitato anche da un ambiente che probabilmente lo limita e a cui lui si piega, perché peggio si fa, meno conseguenze ci sono. Se quello che fanno Gregucci e Foti, con una squadra da primi 4-5 posti (almeno) viene ad arte narrato, attraverso protezioni e oscuramento di notizie, come fosse un’impresa, ecco che tutti coloro che lavorano in Sampdoria manterranno il proprio posto sicuro. Perché è chiaro: più si va in basso, più Manfredi potrà dire che le macerie del passato sono troppo pesanti, più Fredberg potrà dire che l’anno scorso sta ancora pesando, più Foti – attraverso la marionetta Gregucci – potrà dire di star facendo bene tra infortuni, ambiente infuocato e varie difficoltà.
L’esonero è il minimo sindacale
Ormai è chiara la strategia in Sampdoria: puntiamo tutti al basso, all’esaltazione del niente, al pensiamo alla prossima, al salviamo la baracca e poi pensiamoci. E intanto la baracca rischia. A forza di stronzate, la barca affonda. E i miracoli non succedono due volte. Le volete sapere le verità scomode? C’è un Presidente che ha sputtanato i soldi del proprio investitore (puliti o non puliti, forse nessuno vuole saperlo) per manifesta incapacità; c’è un Amministratore Delegato dell’area sportiva che ha già dimostrato ampiamente, delegando tutto a Mancini a gennaio, di non essere adeguato al proprio mestiere; c’è un duo di allenatori cui è stata costruita una squadra da playoff che sta continuando a ribadire che la salvezza è il massimo cui aspirare. Perché se si fanno zero punti tra Mantova e Bari (rispettivamente penultima difesa e peggior attacco del campionato) la colpa non è di chi parlava dei playoff. Perché ai playoff, questa squadra, con un allenatore vero, poteva andarci davvero. E che cazzo ce ne frega se poi li perde. Questa è un’altra scomoda verità.
Qualsiasi Direttore Sportivo – e qui rientriamo nell’unica colpa di Andrea Mancini – avrebbe esautorato Salvatore Foti delle proprie funzioni 10 minuti dopo la partita di ieri sera. Ma, attraverso Gregucci, parla di ritrovare la strada e guardarsi in faccia, lavorare per fare meglio. Come se avessimo perso una partita così, per sfiga o per episodi. Si è perso di nuovo per incapacità.
Salvatore Foti, il pavido senza patentino che allena lo stesso, si fa beccare dalla Federazione dopo pochi giorni dall’insediamento e si becca una bella richiesta di deferimento;
Angelo Adamo Gregucci, fedele uomo di Mancini che non può mai esprimere la propria opinione e comincia a far compassione, ma complice di coprire un amico che ha meno competenze di lui;
Un duo che una Società come la Sampdoria avrebbe allontanato alla prima faccia impettita verso stampa e critiche, dopo averne combinate di ogni in campo e fuori con dichiarazioni deliranti;
Una Società non seria, di improvvisati e dipendenti non all’altezza della Sampdoria, che protegge le malefatte dei propri tesserati e ne difende l’operato;
Una Proprietà scollegata dal mondo, che fa bonifici e ci fa stare in vita per chissà quale oscuro motivo;
Una stampa che non osa mai disobbedire agli ordini di chi orchestra la comunicazione in Sampdoria e contribuisce all’appiattimento di una delle prime 10 Società sportive d’Italia;
Un cocktail letale, scegliete voi le percentuali delle dosi: la Sampdoria sta ancora morendo. Non dimentichiamocelo mai.






