Alla scoperta del nuovo vice di Attilio Lombardo: danese, ma in Italia dal 1998 e veneto d’adozione. Esperienze con Vicenza, Brescia e Lecce: tra tutti gli assistant coach sondati, casualmente ha prevalso quello che proviene dalla terra della luce. E torna in mente quello strano rapporto danese tra Jesper Fredberg e Brian Riemer ai tempi dell’Anderlecht.
È vicino a Padova, la Danimarca
Tutti ci ricordiamo quel bambino veneto dello Zecchino d’Oro e quella frase iconica: è vicino a Padova, l’Islanda. Invece, Padova è più vicina alla Danimarca di quanto si pensi. Guardando la carriera di Dan Vesterby Thomassen, nato ad Aarhus nel 1981, ci si stupisce di come un ragazzone di 187 centimetri possa essere finito da uno dei settori giovanili più all’avanguardia del suo paese alla Primavera di una squadra di Serie C1: ebbene sì, così comincia la carriera dell’ex difensore danese, oggi vice-allenatore di Attilio Lombardo alla Sampdoria. La verità è che nel gennaio del 1998 le giovanili dell’Aarhus giocarono un’amichevole proprio allo stadio Appiani contro la Primavera del Padova mentre si trovavano in ritiro ad Udine su consiglio di Martin Jorgensen, forse il miglior talento mai lanciato dai De Hvide: a notarlo furono Loris Fincato e Carlo Sabatini, fratello di Walter, storica figura del calcio giovanile a Padova, colui che ha cresciuto Alex Del Piero. Il risultato fu immediato: Thomassen si trasferì subito in biancoscudato, ma l’esperienza non partì subito bene. Il Padova retrocesse in C2 al primo anno di Dan in città, e si trovò dal crescere in un club che si pensava avrebbe lottato per la B a entrare nelle rotazioni dei grandi per aiutarli riprendersi un posto almeno in C1: ci riuscirà, dopo un anno di transizione, nel 2001, giocando 17 partite. Sarà titolare a tratti negli anni successivi, ma il Padova non riuscirà mai a salire in B nonostante una semifinale ai playoff contro l’Albinoleffe nel 2003.
E qui arriva la scelta cuore o cervello. Thomassen a Padova trova tutto: una fidanzata, poi diventata moglie, si innamora della città, si trova a casa. Ma lo chiama il Copenhagen, il club più importante del suo paese. Difficile dire di no: e infatti va, con la convinzione che sarebbe tornato nella sua Padova. In Danimarca, Thomassen è un ottimo comprimario, il classico difensore da rotazioni: vince due campionati, esordisce in Champions League e gioca (anche se un minuto solo, da subentrante), nella storica vittoria contro il Manchester United nei gironi dell’edizione 2006/07. Poi si trasferisce al Valerenga, in Norvegia, quindi all’Aarhus nella sua città natale: è la prima volta che è il punto fermo di un club, è titolarissimo, ma la squadra retrocede in seconda divisione danese.
Thomassen, però, è uomo di cuore e di parola: resta e, nonostante giochi solo metà campionato, contribuisce al ritorno in prima serie della sua squadra del cuore. Ma l’avevamo detto: Dan sapeva che sarebbe tornato, Padova e il Veneto non erano mai usciti dal suo cuore. Da lì in poi sarà un ritorno a casa romantico, quasi preferisce stare nelle basse categorie pur di stare vicino a casa: Triestina, Este (provincia di Padova, due anni di Serie D) e poi il ritorno in città, al Padova, nel 2014. I biancoscudati sono falliti dopo un tragico campionato di Serie B chiuso all’ultimo posto e scelgono di ripartire da profili legati al territorio nel campionato di Serie D: Thomassen risponde subito sì. Primo posto, Padova in C al primo colpo. Tutti contenti, ma il fisico del gigante biondo è arrivato quasi al capolinea: si concederà due ultime stagioni all’Abano e all’Albignasego, entrambe in Serie D, entrambe in provincia di Padova, ovviamente.
La Coppa Italia a Vicenza, la scuola con Gotti
Dove mai Thomassen sceglierà di proseguire la sua carriera come allenatore? Non a Padova, ma sempre in Veneto: la famiglia prima di tutto. Inizia come allenatore delle giovanili del Vicenza (a 40 minuti da Padova), poi continua la trafila con i biancorossi diventando vice-allenatore della Primavera e poi collaboratore tecnico di Christian Brocchi prima e Silvio Baldini poi in prima squadra, retrocessa ai playout in C nel 2022. Prenderà lui la Primavera l’anno successivo per poi essere esonerato a marzo e poi la grande occasione: Thomassen verrà chiamato come terzo allenatore stagionale in prima squadra per terminare la stagione dopo l’esonero di Baldini e Modesto. La squadra al momento del suo insediamento è quinta, finirà settima, si giocherà i playoff per la B ma uscirà al secondo turno contro il Cesena dopo due 0-0 (i romagnoli passeranno per la miglior posizione in classifica). La cosa curiosa è che Thomassen al Vicenza vince anche un trofeo: l’11 aprile 2023, quasi un mese dopo il suo insediamento in panchina, si trova a dover giocare il ritorno della finale di Coppa Italia di Serie C. L’andata contro la Juventus Next Gen l’aveva vinta Modesto, lui completerà l’opera al ritorno vincendo 3-2 e regalando ai Lane il primo trofeo dal 1997, quando il Vicenza vinse la vera Coppa Italia. Curiosità: nella stagione 22-23, quella turbolenta che si trovò a concludere come terzo allenatore, al Vicenza c’era Tjas Begić.
Il salto fra i grandi sarà un po’ più complesso: Thomassen non è ancora un primo allenatore di indole, ha un carattere troppo buono, è intelligente ed è l’ideale consigliere per qualcuno di più imponente. Ed ecco che diventa il perfetto assistant coach: inizia prima come vice Daniele Gastaldello al Brescia, ma dura 12 giornate perché Cellino decide di esonerarli a -3 dai playoff. L’anno successivo Luca Gotti lo vuole come vice al Lecce: il tecnico subentrerà a D’Aversa e salverà i salentini per poi essere confermato per la stagione 2024-25. Gotti, e dunque Thomassen, vengono esonerati a novembre dopo soli 9 punti in 12 partite e Marco Giampaolo, da subentrato, firmerà l’impresa di una storica ed insperata salvezza all’ultima giornata.
Ma che allenatore è Dan Thomassen? Difficile dirlo, visto che da primo ha allenato solo 6 partite di campionato (curiosamente, le stesse che rimangono oggi alla Samp) più 4 di playoff. Ma possiamo dire che a Vicenza ha prediletto una difesa a quattro, spesso schierando la squadra con un 4-3-3 o un 4-2-3-1. Secondo la stampa danese, Thomassen applica metodi di allenamento moderni: sessioni intense, uso massiccio della video-analisi e una comunicazione diretta, priva di troppi fronzoli retorici. Sì, sarà un danese e dunque avanguardista di indole, ma ha comunque dalla sua un bel passato di difensore centrale non proprio ortodosso abituato alla Serie D veneta, dove i principi tattici sono bestemmie e interventi sulle caviglie.
La Fredberg Procedure spaventa (e non poco)
Ciò che spaventa? La Fredberg Procedure. Spieghiamo: Fredberg arriva all’Anderlecht come CEO Sports nel 2022 e sceglie Brian Riemer come allenatore: un danese, come Thomassen, e uno con cui non aveva mai lavorato prima, come Thomassen. Fredberg scelse Riemer (oggi CT della Danimarca) proprio perché condividevano la stessa visione, ma questo ha fatto nascere presto nella tifoseria l’idea che Riemer fosse un yesman scelto apposta per non opporsi alle idee del capo. Fredberg era spesso vicinissimo alla panchina (nelle file immediatamente dietro, anziché in tribuna) e sempre negli spogliatoi. Qualcosa non tornava. Nessuna prova, ma troppi indizi: circolava con insistenza l’idea che le decisioni tattiche durante il match (specialmente i cambi) fossero dettate da Fredberg in tempo reale tramite l’analisi dei dati, lasciando a Riemer ben poca autonomia decisionale.
Non ci siamo dimenticati dello sfogo della moglie di Donati dopo l’esonero, vero? Dove in una Instagram story ha detto ai quattro venti che il marito (comunque complice della Fredberg Procedure, dunque colpevole) era dovuto sottostare a scelte che non dipendevano da lui, come l’imposizione di Coucke in porta. Ecco, attenzione: Thomassen, buono come il pane, già esperto di calcio italiano, uomo intelligente, potrebbe essere la pedina ideale per imporre le cervellotiche e astruse scelte di Fredberg anche ad Attilio Lombardo. Che sappiamo benissimo esser stato scelto da Mancini, così come lo erano stati Foti e Gregucci. E che dovrà essere categorico nel rifiutare imposizioni dall’alto. All’Anderlecht, il castello è iniziato a crollare quando i risultati con il duo Fredberg-Riemer (che comunque hanno sfiorato la vittoria di un campionato) sono diventati altalenanti e il gioco troppo macchinoso. I tifosi hanno iniziato a contestare la gestione fredda e aziendalista della coppia danese.
Il paradosso? Riemer è stato esonerato a settembre 2024, ma la posizione di Fredberg si è indebolita talmente tanto (proprio a causa di questo eccessivo interventismo e di un mercato estivo giudicato insufficiente) che anche lui ha lasciato il club poco dopo, a fine ottobre. Traete le vostre conclusioni. E, soprattutto, riflettiamo su quanto questa gente ci abbia portato a essere sospettosi su tutto. Perché è giusto, sempre, mettere in dubbio l’operato di chi lavora nell’ombra di professione.
Augurandoci con il cuore che la ricerca disperata di un vice (che era necessario, sia chiaro) sia finita solo per caso con la scelta di un danese, c’è da tenere gli occhi aperti. E da sperare che Attilio Lombardo, per il bene della Sampdoria, continui con le sue idee e lavori in sintonia con il buon Thomassen senza che nessuno ficchi il naso nel comparto tecnico. Dan Thomassen è un vice, non è sicuramente una conoscenza di Fredberg e si è fatto davvero la gavetta in Italia, ma la scelta è troppo astuta per eliminare sospetti: in poco tempo i tifosi Sampdoriani si accorgeranno se ci sarà qualche auricolare di troppo in panchina.






