A Marassi il Palermo subisce la migliore Sampdoria della stagione, che va sotto e riesce comunque a dilagare con 3 reti. Si vede una squadra, si vede una crescita da Modena, si vede un’identità: Davide Di Marco da Ciampino impedisce alla Sampdoria di portare a casa bottino pieno con una scelta che descrive la totale incompetenza della classe arbitrale italiana.

Diciamocelo prima: il Palermo ha rubato due punti alla Sampdoria. Non ha meritato di vincere, ha avuto molta fortuna, ha deluso le aspettative che avevamo prima della gara, e senza quella punizione inventata da cui è scaturito il gol non avrebbe mai segnato il 3-3 e saremmo andati a casa felici e contenti dopo aver patito come bestie (legittimamente). Ma non saremmo Sampdoriani se non ci fosse di mezzo una beffa, come tutta la nostra storia racconta. Quasi come a voler sempre un po’ sporcare la bellezza di questi colori, forse troppo unici e puri per questo mondo. Non attacchiamoci neanche al gol annullato del Palermo e al gol di Begic: nella prima situazione Bani sgomita (a occhio e croce non è permesso dal regolamento) e dunque il gol è da annullare, nella seconda Magnani si tuffa platealmente non appena sente toccare e dunque la Sampdoria segna un gol assolutamente regolare. Contatto punibile nel primo caso, contatto non punibile nel secondo. Regolamento alla mano, decisioni corrette. E per venire incontro ai complottisti tifosi del Palermo, Bani non era da espellere da regolamento: l’arbitro ha giudicato il contatto come un fallo sufficiente per annullare la rete, ma non così grave da meritare la sanzione disciplinare. È una valutazione discrezionale che il Regolamento gli permette (e gli impone) di fare. Per onestà intellettuale va detto che fino a qui, Davide Di Marco da Ciampino aveva gestito bene la gara e il VAR l’aveva richiamato sempre in maniera giusta.

Poi quell’assurdo fallo di Di Pardo inventato: il telecronista di Amazon, così come quello di DAZN, è imbarazzato nel rivederlo e commentarlo. Non sa cosa dire per giustificare una tale scelleratezza, un contatto lievissimo giudicato falloso, che poi si è scoperto addirittura essere un intervento sul pallone. Non c’è malafede, sia chiaro: non c’è nessun complotto a favore del Palermo che deve andare in Serie A, cari tifosi rosanero, c’è tantissima incompetenza. La stessa che ogni santo venerdì, sabato, domenica o lunedì che sia vediamo in ogni campo di ogni categoria del calcio italiano. Prepotenza, arroganza, ma soprattutto impreparazione. Nessun arbitro definibile tale fischia quel fallo in quel momento della gara con quella leggerezza e quel pressappochismo. Certo, poi i gol vanno fatti e Ceccaroni ha segnato anche un bel gol, ma senza quella punizione inventata di Palumbo, Inzaghi sarebbe tornato a casa bello incazzato e con le pive nel sacco. E invece, un punticino che male non gli fa.

Concludendo l’argomento Davide Di Marco da Ciampino, ennesimo arbitro non capace di svolgere il proprio mestiere, passiamo all’analisi della partita: la miglior Sampdoria della stagione e la miglior Sampdoria dell’ultimo anno e mezzo. C’era Pirlo in panchina l’ultima volta che vedevamo questa intensità e queste trame di gioco: finalmente, cazzo. La Sampdoria è arrogante, si comporta da Sampdoria contro un Palermo che tutto sembrava fuorché una squadra che lotta per la Serie A, annichilisce l’avversario sul piano fisico e dell’intensità e va sotto immeritatamente per una sfortunata autorete di Abildgaard. Ma la cosa bella di questa nuova Sampdoria è che non si arrende mai: in quattro e quattr’otto, grazie all’ingresso in campo di Ricci all’intervallo, organizza una riaggressione prepotente che permette a Di Pardo di sfuggire ad Augello e servire perfettamente Begic per il pari. Da lì, è un assolo blucerchiato: Pierini segna il primo gol con la nostra maglia, la Samp sfiora la rete in altre due occasioni e segna addirittura il terzo con Cherubini che rileva uno stremato Begic.

Ed ecco il famoso vitello, come si dice a Genova. Il braccino nel tennis. Il culo stretto. Il Palermo è più forte nei singoli e Augello, il grande ex che fa e disfa sulla sinistra, trova il secondo gol con una staffilata un po’ fortunata. Pur senza essere mai tanto pericolosi, i rosanero hanno saputo sfruttare al meglio le uniche occasioni avute, compreso il gentile regalo di Davide Di Marco da Ciampino. La Samp sentiva un po’ la paura e percepiva la grande forza offensiva del Palermo degli ultimi minuti, che in campo aveva contemporaneamente Gyasi, Le Douaron, Pohjanpalo e Palumbo. In questo siamo stati carenti: abbiamo avuto paura, ma oggettivamente sul 3-1 e una quantità di energie spese tale sarebbe ingeneroso rimproverare i ragazzi. Qualcosina invece c’è da rimproverare a Foti: oltre all’imbarazzo di farsi cacciare per la terza volta in stagione, nonostante penda un’indagine su di lui, sbaglia a non mettere Ricci dall’inizio e a non gestire bene la stanchezza di Henderson. Il capitano della Sampdoria (che sta onorando la fascia decisamente meglio di Depaoli in 2 anni) era boccheggiante per i chilometri percorsi e probabilmente non aveva più tanto fiato: comprensibile, ma inserire Baràk, notoriamente non proprio veloce nelle transizioni e intenso nei contrasti, è stato un suicidio. La soluzione, con un centrocampo risicato in assenza di Esposito, era evidente agli occhi di tutti: inserire un difensore e dare centimetri e sostanza in mezzo riportando Abildgaard a centrocampo per dare una mano a Ricci. Ma Foti è tanardo, il danese ormai non si può più spostare dalla difesa. Dove per altro è andato in difficoltà più volte su alcune letture su palla inattiva. Non è il suo ruolo, si vede e si vedrà sempre. Oltre al fatto che imposta sempre con la paura di sbagliare. Chissà se lo rivedremo mai al suo posto.

Non si può rimproverare nulla ai ragazzi però: hanno dato l’anima e anche di più in due partite con due squadre nettamente più forti, facendo quasi bottino pieno. Tutti ci avremmo messo la firma, peccato Davide Di Marco da Ciampino ce l’abbia impedito. Ma la sensazione è che questo gruppo di nuovi ragazzi sia più forte di ogni errore arbitrale, nonostante il popolino continui a credere che siamo aiutati. La Sampdoria sembra essere la Sampdoria finalmente: una squadra che sa i valori che difende, che sa quale livello deve tenere a prescindere da categoria e contesti, che sa che a Marassi tutti si devono spaventare. E ieri il Palermo ha tremato, una squadra costruita in estate per dominare il campionato. Viti continua a dimostrarsi poi un difensore fuori categoria e Di Pardo e Cicconi (forse quest’ultimo un po’ appannato) portano a casa un’altra prestazione diligente e di sostanza. Da rivedere Hadzikadunic in alcuni momenti (ma ha il merito di aver creato un gol), così come Conti (in difficoltà senza un play vicino) e Brunori (poco cercato e un po’ emozionato).

Va fatto un discorso su Martinelli: siamo alla quarta partita, ma il ragazzo sembra sempre più incerto sulle uscite. Non fosse che avessimo un altro in panchina con lo stesso problema, sarebbe il caso di concedergli un turno di riposo. Deve assolutamente sistemare questo fatto perché su ogni palla tagliata tra portiere e difesa, non si può rimanere sempre piantati in terra. Peccato, perché anche ieri ha fatto qualche buonissimo intervento e iniziato bene la costruzione con i piedi.

La Sampdoria chiude questo tour de force di quattro giorni nel peggior modo possibile, ma con tanti rammarichi e uno sguardo ottimistico verso il futuro: questa squadra, oggi, non c’entra nulla con la salvezza. E Foti non può più cadere, come ieri, in errori di lettura della partita banali. Va bene con il Palermo, non andrà bene sabato con il Padova, il vero esame di maturità per la Sampdoria. Una squadra forte, potenziata, che sta dimostrando di essere gestita bene ora che è stata creata come voleva l’allenatore, ma che non può permettersi di steccare le prossime tre partite (di cui due in casa) con Padova, Mantova e Bari. Scuse non ce ne sono più, la squadra deve ormai mantenersi su questo livello: perché col Palermo va bene, ma alla fine di questo ciclo che si concluderà a Marassi coi fratelli baresi, non dovremo più considerarci a rischio.

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