Persino il Mantova ultimo e all’ultima occasione utile per rilanciarsi passa a Marassi (neanche troppo immeritatamente). La Sampdoria esiste, ma è clinicamente morta: non c’è battito, non c’è respiro, non c’è coscienza. A ridurla così, i loschi figuri le cui facce erano ben stampate in Gradinata Sud. In attesa di una improbabile rianimazione, al capezzale restano solo, indomiti e inarrendevoli, i tifosi blucerchiati. Gli unici all’altezza della (fu) Unione Calcio Sampdoria 1946.
L’ennesima cattiva esalazione di un ambiente putrido
Il gol bellissimo di Francesco Ruocco, 25 presenze all’attivo in Serie B, l’arma del delitto. La Sampdoria come l’abbiamo sempre conosciuta, ora, non esiste davvero più. Non sarebbe nemmeno meritevole parlarne, non fosse per una passione che ci spinge in maniera auto-lesionistica a farlo, per non dire un amore folle e irrazionale. Il paziente è clinicamente morto: in medicina si usa questo termine quando si verifica la cosiddetta morte apparente, una fase in cui ci sono l’arresto cardiaco e respiratorio, e la perdita della coscienza. Solo la rianimazione, in questi casi, può (a volte) salvare il paziente. Ma la persona non risponde a stimoli esterni, il cuore non batte, i polmoni non lavorano più. Così è la Sampdoria: senza cuore, senz’anima, anche senza fiato: ieri nel secondo tempo era umiliante vedere le casacche blucerchiate boccheggianti contro quelle del Mantova che brillantemente riconquistavano palla e piano piano ci credevano sempre di più, fino ad ottenere il meritato gol del vantaggio. L’ennesima squadretta, per così dire, che a Genova fa la partita e umilia di vergogna i 22.321 del Ferraris.
La morte clinica è l’arresto delle funzioni vitali essenziali come respiro e battito cardiaco, una condizione che può essere reversibile tramite la rianimazione. Viene anche definita morte apparente ed è una fase iniziale che precede la morte biologica (danni irreversibili alle cellule cerebrali). L’assenza di attività cerebrale è il criterio fondamentale per accertare la morte definitiva, come stabilito dalle normative legali.
Dopo una prestazione come quella di Empoli, dove la Samp (pur facendosi gol da sola) sembrava aver trovato certezze, gioco, solidità e idee, come al solito stecca la partita decisiva. E questo non è colpa di nessuno: né della squadra, mal costruita e scarsa, né del duo formato da Gregucci e Foti che le stanno provando tutte per capirci qualcosa. La colpa è solo di un ambiente, quello della Sampdoria, a tutti i livelli, putrido e marcio. La Sampdoria è un luogo inaccessibile, una stanza buia e sporca al cui interno vengono orditi i più biechi piani. Un luogo ricolmo di incompetenza, boria, oscurità, ma soprattutto impudicizia. Tra Bogliasco, l’Isola di Man, Londra e Singapore si decide il destino della Sampdoria a tavolino: tra chissà quali affari in mezzo (del resto, conosciamo bene le attività del signor Nathan Walker) e un’ottusa e idiota politica che nulla centra con il calcio, ecco i risultati.
Campo, mercato, Academy, Women, comunicazione: ogni scelta sbagliata
Ogni cosa, ogni scelta, anche la più basica, in Sampdoria viene fatta male. Si decide di affidare una gran parte del mercato estivo ad un algoritmo pilotato da Fredberg come fossimo su Football Manager, un sistema che ha portato calciatori come Narro e Coubis (che Foti e Gregucci, forse per vergogna, si rifiutano di mettere in campo anche nelle più disperate situazioni), Cuni (attaccante da 12 gol da professionista all’attivo) e Coucke (secondo portiere svincolato dopo essere retrocesso all’Al-Orobah in Arabia Saudita, un campionato semi-professionistico); si decide di affidare la guida tecnica a Massimo Donati, che ha vinto una partita nelle ultime 25 da allenatore di club (Sampdoria compresa); si decide, negli anni precedenti, di togliere il poco buono fatto: la campagna acquisti di Andrea Mancini nel 2024/25, con calciatori che ci avevano aiutato a raggiungere i playoff non riscattati per pochi spiccioli e le presenze di Evani e Lombardo in panchina (gli unici a poter portare solidità sul campo in un mare di incertezza societaria); si decide di affidarsi a 4 direttori sportivi diversi in 3 anni; si decide di cambiare 5 allenatori in 3 anni; si decide di delegare tutto il lavoro delle giovanili, con il risultato di un ex Responsabile Academy che accettava giocatori che pagavano per essere parte del settore giovanile della Sampdoria con la complicità di Alessandro Messina, un altro dei personaggi inquietanti passati di qui in questi anni; si decide di lasciare le Women al proprio destino, cancellandole e poi re-iscrivendole fino a non metterci più un quattrino, farle retrocedere e poi, anziché iscriverle in B, farle ripartire dall’Eccellenza; si decide di affidarsi totalmente ad un reparto comunicazione da dilettanti, che per 3 anni ha portato gli stessi identici contenuti sui social, con un’involuzione assoluta del brand Sampdoria sul mercato digitale e una modalità autoritaria di gestire il dissenso, selezionando i giornalisti che partecipano alle conferenze stampa, silenziando i commenti su YouTube e tormentando spesso pagine social e network di tifosi Sampdoriani che in questi anni hanno espresso dissenso e nulla più fanno che riportare le notizie di cronaca.
Poi improvvisamente, dopo l’esonero di Donati, tutto si sconfessa. E torniamo alle scelte sbagliate, alla totale incapacità: il lavoro di Fredberg in combutta con Walker viene già dichiarato un fallimento, tutto torna nelle mani di Andrea Mancini (che per fortuna almeno in estate ha potuto scegliere, nonostante una forte limitazione, calciatori di talento e che conoscono la categoria) che sceglie Foti, Gregucci e Pozzi, convince la “Società” assieme ad Invernizzi ad affidarsi a Christian Puggioni per quanto riguarda l’Academy e, addirittura, riesce a convincere di nuovo Attilio Lombardo a entrare nello staff tecnico. Che figura, Fredberg: da CEO Sports (con un posto nel CdA, ricordiamocelo) ad arreso per manifesta incapacità, per una probabile imposizione dell’ala manciniana che avrà battuto i pugni sul tavolo di fronte a cotanta arroganza ed incapacità. Ma parliamo dell’annuncio del Lombardo-bis: improvviso, casuale, a sorpresa durante il pre-partita di Sampdoria-Mantova, ma un ennesima scelta comunicativa completamente errata. Chiunque lavori nella comunicazione sa che le situazioni delicate vanno gestite come tali, e la Sampdoria lo è. Un ritorno importante, che infiamma il tifo, come quello di Attilio avrebbe dovuto essere fatto il giorno dopo la partita: in caso di sconfitta, almeno la piazza si sarebbe “consolata” con una buona notizia, mentre in caso di vittoria l’entusiasmo sarebbe stato raddoppiato. Così, tutto è stato inutile: il ritorno di Lombardo è passato completamente in secondo piano e addirittura, vista la sconfitta umiliante e deplorevole, è passato come uno specchietto per le allodole. E speriamo non lo sia, anzi, speriamo che presupponga qualcosa: Mancini, Lombardo, Foti, Gregucci, Pozzi, Puggioni ed Invernizzi, Sampdoriani nell’anima e nel cuore, difficilmente accetterebbero di lavorare con gente del calibro di Walker, Manfredi e Tey. Dunque ciò che auspichiamo tutti è solo una cosa: che la loro presenza sia sintomo di un cambiamento in arrivo.
Arrendetevi per manifesta incapacità
Quello che ha fatto Fredberg, cioè arrendersi e dire non sono capace dovrebbe farlo la dirigenza tutta: il Presidente Manfredi, che subdolamente non parla di Sampdoria dall’intervista pre-confezionata di giugno a Sky Sport; il rappresentante degli azionisti Nathan Walker, che usa il nome della Sampdoria e la sua maglia per farsi pubblicità su LinkedIn, dove spicca il suo curriculum di manager per scatole vuote nel campo del betting; e soprattutto, il finto magnate Joseph Tey, che anziché bonificare quantità di denaro sufficienti a permettere la creazione di una squadra competitiva e dignitosamente costruita dopo la retrocessione maturata lo scorso anno, si limita a iniettare piccole quantità di milioni per tenere in vita un paziente, la Sampdoria, che ormai è clinicamente morto.
La rianimazione arriva solo in un modo, altrimenti arriverà inesorabile anche la morte cerebrale: con l’ammissione totale della propria incapacità, con l’annuncio della messa in vendita dell’Unione Calcio Sampdoria S.p.A e, infine, con la cessione ad un gruppo o a un singolo che sia in grado di salvare il marchio e fare da ponte per una transizione ad una realtà imprenditoriale solida e che possa gestire questo club in maniera rispettosa. Lo dice il bilancio 2024, lo dicono i risultati, lo dice la reputazione dei personaggi che ci governano: la cessione e la conseguente piazza pulita è l’unica soluzione possibile.






